Dire addio non è un sintomo, è una cura: resta dove tutto è reciproco.
(cla)Amore

Dire addio non è un sintomo, è una cura: resta dove tutto è reciproco.

E ci siamo arrivati, gli ho detto addio. E l’ho fatto nel modo che io so fare: scrivendo. L’ho fatto con carta e penna: non per capriccio, non per vedere se torna. L’ho fatto perché valgo di più che restare appesa.

Ad aspettare una domanda, una parola, un incrontro, una frase. Ho conosciuto il silenzio punitivo, mai più. Non voglio mai più incontrarlo nella mia strada. Ho imparato cosa non fare mai a nessuno.

Dopo un’infinità di lacrime, rabbia e dolore, ho sentito che nessuno può davvero metterti in un angolo. Ma se non hai un Patrick che ti difende dal mondo, ti ci devi difendere tu. Ho sempre condiviso di tutto sui social, amo profondamente gli aforismi, gli estrapolati dei libri, dei film, ma una l’ho tenuta da parte per questo momento.

Che poi un addio cosa vuoi che sia per qualcuno? Io li invidio tanto, nella vita avrei voluto essere così: ricoperta di olio. Dove far scivolare tutto. Una buona e sana dose di egoismo e un cappotto di menefreghismo. Invece no, tutto, sento tutto. amplifico tutto. Emapitca al massimo. E so aspettare. Fino a quando però c’è un però.

Ho superato (diciamo così), la morte di un figlio, figuriamoci se non sono in grado di mollare dei pensieri. Delle sensazioni. Delle emozioni. Ora ho tanti ricordi da scrivere, tanti post finalmente da concretizzare, riprendere, capire.

Ora la strada si farà impervia per un po’, perché va mantenuto quell’addio e a volte sarà difficile.

Ma va bene così. Deve essere tutto molto più semplice di così.

Bisogna restare dove tutto è reciproco: amore, amicizia, abbracci, sorrisi, sguardi.

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