Ho paura della notte: ma è di notte che ho vissuto più di qualsiasi giorno
A volte basta una canzone. Una di quelle in loop, per iniziare a girare la rotella dell’umore. Che è tutto bello finché è tutto astratto. Ma alla fine non si vive di astratto. Ci sono i giorni, uno dopo l’altro, in sequenza. Si diventa grandi e si hanno mille cose a cui pensare. Ma anche mille responsabilità. Che se ci pensi, non è che ne hai sempre voglia eh.
Quei brufoli e quel sentirsi tanto under, a volte vorrei durassero molto di più. Almeno una bella parte di cazzeggio. In realtà quando possono durare mezz’ora è già tanto. Che palle. Ok, Footloose ci ha insegnato che c’è un tempo per ogni cosa, ma mi chiedo quando il tempo sarà dalla tua. Non ho un buonissimo rapporto col tempo. Mi piacerebbe chiedere a Freud perché odio la notte, anzi, mi fa proprio paura la notte. Eppure di notte ci si diverte, di notte si fa l’amore così a lungo da mancarti il fiato, di notte ci si ubriaca, si dimentica, si è tutti forti di notte. Eppure a me la notte fin da piccola fa paura. Paura del sonno, della vita che in qualche modo rallenta e si ferma per recuperare. Se ho braccia forti dove stare la notte mi fa meno paura. Ma è sempre di notte che ho scritto cose che di giorno non mi sarei mai sognata di fare.
E di notte ho scoperto cuori ricoperti da uno strato di cemento, di cui ho beccato la crepa per aprire. Ma di notte. Notti sveglie a osservare chat mai consumate. A controllare online e offline. Notti in cui dare la buonanotte e notti in cui non darla. A pensare, amare, odiare, piangere.
Da sola. Notti in compagnia, sapendo che il giorno dopo avrebbe portato via tutto. Sesso occasionale, sesso pieno di amore non corrisposti. Notti di pompini, di calze a rete strappate, di mani scivolate sempre più giù, e qualche cocktail di troppo. Notti di allenatori, di amici, di donne e relazioni lesbo. Di scritture, racconti, vocali. Potessero parlare, quelle notti sarebbero in grado di scrivere talmente tanti romanzi….
E spesso ci vorrei tornare a quelli notti, dove se ti vedevano il culo eri pure contenta. Dove un pacchetto non bastava, e allora qualche canna partiva. Fuori Milano, o poco lontano. Quei baci che a volte manco ricordo. E le risate, signori, le risate! Ma anche quante lacrime, carburate da troppo alcool. E guidare la macchina con la testa in disordine e il cuore in subbuglio. E la vita fuori, per un attimo messa via nei cassetti.
Non è semplice, non lo è mai stato.
O forse lo era troppo in quei momenti. E invece ora bisogna rimanere focalizzati e io odio essere focalizzata. Odio gli schemi, i bravi ragazzi, le frasi corte, le poche parole. Amo il disordine, anche quello mentale. Amo il casino, gli stronzi, i problematici, quelli strani. E solitamente, nella mia vita entrano sempre gli ordinati, i troppo “problematici”, i troppo stringati e precisi. Quelli che le magliette sono stirate così bene che penso non riuscirò mai a duplicarli. Quelli che la barba perfetta, i pantaloni perfetti, le scarpe bianche sempre pulite anche quando piove. Che ammiro come l’orso con il miele. Mi tirano scema proprio.
E io li invidio pure un po’ eh, ve lo dico. Ma proprio non ci riesco. La vita è follia. Casino. Parole di troppo. Qualche bestemmiae subito dopo qualche vezzeggiativo. La vita è incasinare tutti i piani solo per scappare a incontrarla nei 5 minuti che hai di respiro. E sentirsi di nascosto. Crederci. E aforismi idioti per lanciare messaggi. E passioni condividise, e la buonanotte. Il buongiorno. Il “ci vediamo domani”. O “a presto”. “Come stai”. “Hai mangiato?”. Infondo cosa ti chiedono sempre le nonne?
Ognuna di queste singole affermazioni è ciò che di più bello puoi dire a qualcuno. Promesse. Che poi se non ce la fai ad avverarle fa niente, ma se ci credi, allora spaccheranno la tua vita. Non ho mai detto nessuna di queste senza amore.
Perché una buonanotte sa rendere anche la notte più buia, piena di luce. E fa anche un po’ meno paura. Lasciarsi andare. Di notte. Sempre.
Ti insegno io la notte.


